MONOGRAFIE E APPROFONDIMENTI
Pagine verdi di ambiente.it
GESTIONE DELLE PROBLEMATICHE AMBIENTALI ALL'INTERNO DELL'IMPRESA
(di R. Giacomozzi)
LO SVILUPPO SOSTENIBILE
L'esigenza di perseguire uno sviluppo sostenibile sta determinando dei profondi cambiamenti nelle politiche pubbliche; per le imprese diventa necessario concepire e gestire la variabile ambientale in un'ottica del tutto nuova.
Il concetto di sviluppo sostenibile è stato lanciato per la prima volta all'attenzione dell'opinione pubblica e degli studiosi nel rapporto della Commissione Mondiale per l'Ambiente e lo Sviluppo nel 1987 (Rapporto Brundtland, Nazioni Unite, 1987). Dopo la Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 (Conferenza delle Nazioni Unite riunitasi a Rio de Janeiro dal 3 al 14 giugno 1992), lo sviluppo sostenibile è divenuto un obiettivo dichiarato delle politiche economiche e ambientali dei vari Paesi e degli accordi internazionali aventi per oggetto materie ambientali.
Secondo la definizione data nel rapporto Brundtland, lo sviluppo per essere sostenibile, deve venire incontro ai bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni.
La qualità dell'ambiente va considerata come una caratteristica essenziale della qualità della vita in una società e quindi come una caratteristica essenziale della qualità dello sviluppo economico.
Le variazioni apportate alla natura dalle attività umane devono mantenersi entro limiti tali da non danneggiare irrimediabilmente il contesto biofisico globale e permettere alla vita umana di continuare a svilupparsi. Ciò significa fare in modo che il tasso di inquinamento e di sfruttamento delle risorse ambientali rimanga nei limiti della capacità di assorbimento dell'ambiente ricettore e delle possibilità di rigenerazione delle risorse, secondo quando consentito dai cicli della natura, per evitare la crescita dello stock di inquinamento nel tempo.
Naturalmente ci si può chiedere come è possibile sfruttare l'ambiente ed al tempo stesso preservarlo, visto in particolare che lo sviluppo economico comporta anche una crescita nel tempo della produzione di beni e servizi, e diventa quindi difficile non solo diminuire ma addirittura mantenere costante il flusso di sfruttamento delle risorse ambientali.
La risposta è principalmente nel progresso tecnologico che può consentire di ridurre i coefficienti di sfruttamento dell'ambiente per unità di prodotto o servizio. Ciò attraverso l'introduzione e la diffusione di tecnologie più pulite, che applicate a monte dei processi produttivi ne riducono l'intensità di inquinamento, attraverso tecnologie più efficienti di abbattimento dell'inquinamento a valle, aumentando le attività di recupero dei rifiuti e dei residui, riducendo i consumi di energia, ottimizzando l'utilizzo delle risorse, ecc..
Il problema allora diventa quello di valutare se il progresso tecnologico, necessario per una continua riduzione del coefficiente unitario di sfruttamento dell'ambiente, sia un risultato spontaneo del processo di accumulazione, implicito nello sviluppo economico, e di conseguenza se si possa avere nel tempo una riduzione dell'impiego del fattore produttivo ambiente come è avvenuto per il fattore produttivo lavoro.
L'evidenza empirica e la riflessione teorica sono concordi nel ritenere che siano in atto, soprattutto nelle economie avanzate, tendenze spontanee nella direzione della sostenibilità, ma che queste si manifestino in modo parziale e non siano sufficienti. Quindi, non essendo lo sviluppo sostenibile qualcosa di automatico e spontaneo, sono necessarie delle appropriate politiche pubbliche per favorire investimenti specifici nelle tecnologie ambientali da parte delle imprese, al fine della riduzione del loro impatto ambientale.
Infatti queste ultime non sempre ricevono adeguati stimoli dal mercato ad effettuare investimenti in prevenzione ambientale e di conseguenza è compito della politica economica supplire alla carenza del mercato nel segnalare i prezzi d'uso appropriati per l'ambiente.
La quota di capitale investita nella riduzione del coefficiente di sfruttamento dell'ambiente per unità di prodotto è ovviamente funzione crescente del prezzo imposto per lo sfruttamento dell'ambiente o dei vantaggi conseguibili attraverso il miglioramento continuo delle prestazioni ambientali.
Per questo motivo all'interno delle politiche pubbliche si stanno aggiungendo agli strumenti amministrativi di "comand and control", basati sulla regolamentazione diretta (norme di legge, per imporre determinati comportamenti e standard, seguite da meccanismi di controllo e sanzione) e di cui si è constatato se non il fallimento almeno l'insufficienza, strumenti di tipo economico come le tasse (o tariffe) ambientali, le misure di incentivazione per l'introduzione di tecnologie pulite ed a minor pressione sull'ambiente come sgravi fiscali, contributi in conto capitale, ecc. e strumenti di tipo volontario come l'EMAS (Regolamento comunitario 1836/93), basati su dinamiche di mercato, per favorire un rapporto nuovo tra imprese, istituzioni e pubblico basato sulla trasparenza, sul supporto reciproco e sulla collaborazione.
Molte imprese hanno aderito a partire dal 1991 alla "Carta delle imprese per uno sviluppo sostenibile". Tale adesione dal punto di vista gestionale significa riconoscere nella gestione dell'ambiente un'importante priorità aziendale; migliorare continuamente il comportamento e le prestazioni ambientali; formare e motivare il personale ad una conduzione ambientalmente responsabile della propria attività; valutare e limitare preventivamente gli effetti ambientali delle attività aziendali; orientare in senso ambientale le innovazioni tecnologiche e la ricerca; dialogare con i dipendenti e il pubblico affrontando insieme i problemi ambientali; orientare i clienti, i fornitori e subappaltatori nella gestione corretta dei prodotti e dei servizi; ecc..
Questi impegni consentono alle imprese di raggiungere un certo grado di compatibilità ambientale, che non implica automaticamente il perseguimento della sostenibilità, per la quale occorre un impegno di tutte le imprese e di tutti i cittadini, ma sicuramente la favorisce.
L'impresa che contribuisce alla sostenibilità, si garantisce una maggiore sopravvivenza e sviluppo nel lungo periodo e può sfruttare i vantaggi della eco-efficienza ai fini della sua competitività. Per le imprese multinazionali di notevoli dimensioni l'esigenza di sostenibilità può essere percepita in modo concreto e diretto. Per le altre considerate individualmente l'incentivo alla eco-compatibilità può venire solo dalle politiche pubbliche o dal mercato.
Lo sviluppo sostenibile in ogni caso rappresenta l'unica soluzione realistica di fronte al notevole aggravarsi dei problemi ambientali e all'evidenza della crisi del rapporto tra sviluppo e limitatezza delle risorse, che hanno caratterizzato in particolare questi ultimi decenni, salvo che non si vogliano sostenere alternative poco plausibili come lo sviluppo zero, ossia stravolgere completamente le nostre abitudini di vita frenando il consumismo e la crescita dei bisogni.
Circa l'orientamento della Comunità Europea in materia di sviluppo sostenibile vedasi Dec. n. 2179/98/CE del 24 settembre 1998, Decisione del Parlamento europeo e del Consiglio relativa al riesame del programma comunitario di politica ed azione a favore dell'ambiente e di uno sviluppo sostenibile "Per uno sviluppo durevole e sostenibile".

3 parte - Norme volontarie (EMAS - ECO MANAGEMENT AND AUDIT SCHEME - SISTEMA COMUNITARIO DI ECOGESTIONE ED AUDIT)